Villa D'Ajello
Il villino è posto al termine di via casa Ajello in località un tempo detta casa Coppola, poi Sgarrupa, all’interno di una estesa tenuta terriera, che si espande sui primi leggeri e graduali declivi di un versante collinare dei Monti Lattari.
L’esteso fondo agricolo e il modesto manufatto rurale con ambienti terranei contenenti un antico torchio di legno per la pigiatura dell’uva pervengono nel 1805 dal nobile e possidente Sorrentino Anastaggio degli Anastaggi al mercante napoletano Nicola d’Ajello, che vi realizza nel 1808 un complesso residenziale su progetto dell’architetto stabiese Catello Trojano, come si rileva dalla data incisa sul concio della chiave di volta del monumentale portale di accesso in pietra lavica caratterizzato da grossi blocchi squadrati sovrapposti.
Nicola d’Ajello amplia i locali già esistenti al piano terra ad uso di cellai e cucina e sopraeleva tre stanze al primo piano, struttura completata in prosieguo dalla nipote Rachele Galloppa, figlia della sorella Maria, in una
visione d’insieme mediante interventi successivi con ulteriori stanze al primo piano e tetto in tegole su intelaiature di legno.
Gli ambienti terranei a tutt’oggi ospitano l’antico torchio di legno per la premitura delle vinacce, restaurato da Nicola d’Ajello nel 1806, come si rileva dalle sigle “N.A. 1806”, una macina in pietra per la frangitura delle olive e una pressa per ottenere l’olio.
Il fondo rustico, la natura dei terreni alluvionali misti a materiali piroclastici eruttati dal Vesuvio nel 79 d.C., un microclima temperato nelle quattro stagioni hanno connotano la vocazione rurale del sito, consentendo nel tempo l’impianto di estesi vitigni, oliveti e frutteti, consociati a coltivazioni di ortaggi e cereali. Conosciuta come masseria casa d’Ajello, è appellata casina delle delizie per lo stile architettonico neoclassico, che risente dell’influsso settecentesco napoletano con pregevoli rifiniture di elementi decorativi esterni, che forniscono una pregevole connotazione architettonica all’edificio.
Gli ambienti al piano terra sono invece caratterizzati da una architettura semplice e pragmatica con murature di grosso spessore in pietrame misto calcare o recuperato dalle montagne soprastanti e tufaceo grigio proveniente dalle cave di Gragnano, Roccapiemonte o Boccia al Mauro, materiali largamente adoperati agli albori dell’ottocento nell’agrosarnese-nocerino con inclusione dei paesi siti ai piedi dei monti Lattari fino a giungere ai centri della pianura vesuviana.
Su una parete dell’androne in una nicchia di stucco campeggia l’affresco raffigurante San Nicola da Tolentino orante, deferente omaggio del proprietario al suo Santo nella ragguardevole magione.
Deceduto nel 1824 Nicola d’Ajello, l’edificio, in uno al patrimonio terriero esistente intorno, perviene ai discendenti che l’abitano fino agli anni ottanta del secolo scorso.
Oggi il manufatto giace in uno stato di profondo abbandono, ridotto ad un vero e proprio rudere, complici il tempo edace e l’incuria degli uomini.